«La grigia routine del
mondo sociale, dolore, noia, scambio ingiusto, resta ancora la
grande questione. Allo stato dei fatti l’unica etica percorribile
sembra ancora la rinuncia, ma in realtà anche qui si tratta
di tenere i nervi a posto. Adoperare il metro di un sapere che non
solo si accorga dei grandi limiti, ma anche dei piccoli. La massa
del desiderabile che una volta era limitato a 
una mela, a
una donna, alle terre del vicino, oppure alla luna si
è allargata a dismisura. Il rapporto con le cose diventa un
rapporto pari almeno a quello con gli individui, mentre anche il
rapporto con gli animali è minutamente redatto; di quello
con le cose però non si sa nulla. Anzi non si sa
granché delle cose. Esse sono là, dietro spesse
vetrine, oppure stanno in enormi spazi ben disposti e luccicanti.
Un abito serve a vestirsi, ma l’abito che si vede dietro le
vetrine è un abito alla seconda potenza, non serve a
vestirsi, anzi non serve a niente. 
O meglio serve a
soddisfare il desiderio che suscita. Questi occhi avidi,
mai sazi, inseguono le minute volute delle cose e si ingozzano di
precarie immagini. Davanti a queste cose, se non si consumassero si
accumulerebbero, non semplicemente il desiderio, ma ciò che
Bossuet chiama spietato la
 concupiscenza
. Davanti a questa enorme massa di cose, l’etica della rinuncia
accusa la sua impotenza, si tratta veramente di vuotare il mare. I
vostri occhi sono viziati scrive Bossuet, nel trattato sulla
concupiscenza. Non potete sopportare la modestia, né gli
ornamenti dimessi, voi sfoggiate i vostri lussuosi arredi, gli
abiti sontuosi, i magnifici palazzi e che cos’è tutto
questo se non ostentazione di abbondanza e desiderio di
distinguersi per mezzo di cose vane! L’etica della rinuncia non si
accorge che la concupiscenza è desiderio non soddisfatto, e
quindi esasperato. Bisogna soddisfarlo. Il desiderio soddisfatto
giace come una spoglia morta. Comunque a questo alcunché che
ti prende alla gola, la risposta adeguata non è più
la rinuncia, ma lo sciupio. Lo sciupio vuole togliersi da torno
questa marea che sale di cose che ti saltano addosso e ti invadono.
Lo sciupio  vuole toglierle di mezzo: solo consumandole si
possono levare di torno. 

Nel consumo essi bruciano
come falò
. Il malinconico individuo che si reca in un
negozio e compra come un disperato, insegue l’illusione di
bruciare con un solo atto la vanità. Le cose si
moltiplicano sotto i suoi occhi come cellule malsane, nel consumo
è come se egli ingaggiasse una lotta a morte contro di esse.
Stupito e incerto l’individuo non sa che pesci pigliare, e oscilla
tra rinuncia e sciupio, ma nei suoi atti si legge egualmente il suo
oroscopo. Consumare tutta la civiltà dal di dentro, questo
si legge nei suoi stupidi atti. Senza saperlo, egli ubbidisce al
sapere assoluto.»

“Tra rinuncia e
sciupio”
 di M. Sgalambro